sabato 30 giugno 2018

La chiesa dei santi Nereo e Achilleo

Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo (Foto: M. Grazia Terenzi)
Non paghi della lunga passeggiata nelle Terme di Caracalla, abbiamo deciso di visitare la vicina chiesa dedicata ai Santi Nereo e Achilleo. E' una chiesa molto "gettonata" per i matrimoni, perché molto suggestiva e sicuramente scenografica per l'interno ricco di pitture parietali che ben figurano nelle fotografie dei nubendi. Ho partecipato a due matrimoni in questa chiesa. Fortunatamente domenica scorsa era praticamente a disposizione di chi la voleva semplicemente visitare, così ne abbiamo approfittato.
Siamo entrati e subito silenzio e luce ci hanno avvolti in modo piacevolmente lontano dal chiasso e dalla frenesia che accompagnano solitamente gli eventi che qui si celebrano. Ci siamo aggirati tra le navate quasi in punta di piedi e comunicavamo a bassa voce, quasi a non voler disturbare "qualcosa" o "qualcuno" che abita quel luogo. La chiesa sorge nei pressi del luogo dove un tempo c'era un "titulus fasciolae". I "tituli" erano luoghi fisici dove si riunivano i primi cristiani. Il nome "titulus" richiama la targhetta posta solitamente posta fuori di questi luoghi, una sorta di primitivo campanello con nome che sta, oggi, fuori dalle porte delle nostre case. Il "titulus fasciolae" prende nome anche dalla benda caduta da un piede di S. Pietro mentre veniva condotto al martirio. Così vuole l'agiografia "ufficiosa". Quanto ci sia vero nell'evento, nessuno può dirlo.
Chiesa di santi Nereo e Achilleo, interno. In fondo a sinistra l'ambone che
poggia su una base di porfido proveniente dalle Terme di Caracalla
(Foto: M. Grazia Terenzi)
La chiesa diventa "titulus sanctorum Nerei et Achillei" nel 595 d.C. e nell'814 papa Leone III la sposta nel luogo dove si trova attualmente e la orna con mosaici in parte ancora visibili nell'arco trionfale. Gli affreschi dell'abside sono del 1600, come il portale fra colonne. I pilastri sono del '400, mentre l'ambone è stato posto su una base in porfido proveniente dalle Terme di Caracalla.
Nel V secolo d.C. accanto alla chiesa c'è uno xenodochio, dove vengono curati i pellegrini in viaggio a Roma. Chi, sfortunatamente, muore, viene sepolto nell'area delle Terme di Caracalla, all'epoca in completo stato di abbandono.

Passeggiata alle Terme (2)

Terme di Caracalla, fregio marmoreo (Foto: M. Grazia Terenzi)
Per dirla tutta siamo rimasti mezza giornata a vagare sopra e sotto e intorno alle Terme di Caracalla. Il tempo invitava: malgrado un bel sole, non faceva molto caldo. E poi avevamo voglia di camminare e di perderci nelle memorie storiche e nei colori che, in certe giornate, Roma sa generosamente regalare.
In un'epoca più vicina alla nostra, nel XIV secolo, le Terme di Caracalla "ospitano" vigne ed orti. Ben strana destinazione per un complesso che, un tempo, era l'orgoglio di imperatori e cittadini. D'altro canto l'acqua non manca e quello spazio così grande deve in qualche modo essere sfruttato. Ancora non si parla di "recuperare le memorie del passato", né, tantomeno, di visite guidate o di turismo culturale. Malgrado questa particolare destinazione d'uso, ancora rimangono in piedi fusti di colonne se non proprio colonne intere.
Terme di Caracalla, sotterranei (Foto: M. Grazia Terenzi)
Il disastro, però, era vicino ed aveva il nome di Paolo III Farnese, pontefice dei primi anni del XVI secolo, il quale devasta l'area per gli scavi della sua nuova residenza. I papi si sentono, in quegli anni ed anche nei successivi, un pò gli eredi di quegli antichi imperatori pagani che tanto avevano avversato, il che fa suonare il tutto come una sorta di tardiva vendetta, almeno alle mie orecchie. Dopo le devastazioni scellerate di questo papa-re, antesignano di altri del genere, le Terme di Caracalla cadono di nuovo nell'oblìo. Un altro pontefice, Paolo V, addirittura le concede ai Gesuiti per farvi un parco giochi per i ragazzini a loro affidati.
Per scavi seri e sistematici le Terme devono aspettare il 1824, quando sono, tra le altre cose, scoperti dei magnifici mosaici con raffigurazioni di atleti ora conservati ai Musei Vaticani. Insomma i papi, in qualche modo, si sono presi un pò tutto quello che un tempo rappresentava la ricchezza e l'opulenza delle Terme. Nel 1870 il monumento diventa proprietà dello Stato. L'ultimo ritrovamento all'interno delle Terme, dopo anni di scavi e di reperti, risale al 1996: una statua acefala di Artemide (la Diana dei Romani) che era stata usata come basolo di strada in un restauro (!), ora ospitata nell'aula ottagona delle Terme di Diocleziano. Dal 2001 le Terme di Caracalla ospitano di nuovo eventi lirici e musicali su un palcoscenico all'aperto temporaneo e rimovibile.
Terme di Caracalla, sotterranei (Foto: M. Grazia Terenzi)
Da qualche tempo sono aperti anche i sotterranei delle Terme di Caracalla, che ospitano un'esposizione di decorazioni trovate in situ e parte delle opere di Mauro Staccioli. E' impressionante percepire la grandezza delle gallerie sotterranee, vere e proprie strade coperte lungo le quali, quando le Terme erano perfettamente funzionanti, si aggirava il personale di servizio addetto all'immagazzinamento del legname che arrivava qui direttamente con carri e cavalli! C'era anche un mulino, nelle gallerie, nonché tutto il necessario per mantenere l'acqua delle varie piscine calda o tiepida al bisogno. Gli antichi Romani non finiscono di stupire! Del resto queste vere e proprie strade sotterranee sono alte 6 metri e larghe altrettanto.
Nei sotterranei era presente anche un mitreo (visitabile, però, con un permesso speciale), il più grande di Roma. Dunque i sotterranei dovevano essere una vera e propria sala operativa che doveva garantire il benessere di chi, al di sopra, frequentava palestre e piscine: più di 6.000-8.000 persone al giorno suddivise in diversi turni.
Uscendo dalle Terme eravamo piuttosto storditi, devo dire. Tanta grandiosità silente non lascia indifferenti. Nei viali che si snodano lungo il percorso di visita aleggia, sottile, il profumo delle siepi di bosso. I pini e le siepi contornano ancora le memorie del passato e, con un pò di attenzione, sembra quasi di udire il mormorare tranquillo delle acque che alimentavano piscine e fontane...

Passeggiata alle terme (1)

Rovine delle Terme di Caracalla (Foto: M. Grazia Terenzi)
Domenica scorsa abbiamo fatto una bella passeggiata, approfittando della giornata di sole. Da tempo immemore, oramai, non visitavo le Terme di Caracalla (il link suggerisce un modo comodo di prenotare i biglietti e di seguire gli itinerari di visita, oltre ad altre notizie utili quali il prezzo dei biglietti, gli orari e la dislocazione delle Terme). E' strano come noi romani spesso siamo quelli che meno conosciamo la nostra città. Soprattutto la grandezza delle antiche costruzioni e la loro storia. E va bene che stiamo parlando di tempi passati e che non tutti possono essere amanti dell'archeologia e della storia, ma sono comunque queste memorie solide che rendono la nostra città un'unicum, un museo all'aperto, come spesso viene definita.
Le Terme di Caracalla sono, forse, dopo il Colosseo, il simbolo della grandezza della Roma antica. Occupano un'area enorme: 337 x 328 metri. Ho cercato di immaginare come dovesse essere il cantiere ed ho pensato che i cantieri di cui ci lamentiamo oggigiorno sono davvero niente al confronto! I ricercatori hanno calcolato che siano stati impiegati ben 9.000 operai (credo che la maggior parte fossero schiavi) per cinque anni! Le Terme di Caracalla sono state un'idea di Settimio Severo, ma a portare a compimento quest'opera incredibilmente grandiosa è stato suo figlio, Marco Aurelio Antonino Bassiano, meglio conosciuto come Caracalla, che le ha inaugurate nel 216 d.C.. Ovviamente un complesso così grande ha richiesto molto tempo per le "rifiniture", tant'è vero che sono stati trovati affreschi ed è stato accertato che anche alcuni porticati sono stati completati sotto i successori di Caracalla, Eliogabalo e Severo Alessandro (235 d.C.).
Terme di Caracalla, palestra orientale (Foto: M. Grazia Terenzi)
Quando si entra per la visita, si ha immediatamente la percezione della grandiosità del complesso, malgrado quel che ne rimane sia davvero poco se confrontato a quel che doveva essere in passato. I ruderi sono conservati per un'altezza di 30 metri, corrispondente a due piani, ed altri due piani sono nel sottosuolo, ora visitabile. Mi sono sentita davvero piccola, avanzando lungo il percorso ben realizzato e tenuto. Mi sono guardata intorno e malgrado le mura siano solo dei colossi solitari, l'impressione è veramente di qualcosa di inconcepibile ancor oggi.
Gli antichi Romani amavano molto le terme, i "balnea", come li chiamavano. Oltretutto il prezzo d'ingresso era irrisorio e permetteva a tutti di usufruirne. All'interno, oltre alle "classiche" piscine - calidarium, frigidarium, tepidarium - c'era anche una biblioteca ed un parco ombreggiato dove poter passeggiare chiacchierando con gli amici.
Terme di Caracalla, frammento di mosaico pavimentale della natatio
(Foto: M. Grazia Terenzi)
Nel V secolo d.C., in piena "epoca cristiana" dunque, le Terme di Caracalla ancora funzionavano e meravigliavano i contemporanei. Purtroppo nel 537 d.C. le Terme vennero abbandonate: i barbari - i Goti di Vitige, per la precisione - tagliarono gli acquedotti che rifornivano Roma, per poter prendere la città per sete. Da questo momento vi fu un declino inarrestabile.
Gli spazi delle Terme divennero addirittura un cimitero per i pellegrini che si ammalavano nel viaggio di visita a Roma e che erano ricoverati nel vicino xenodochio (praticamente una sorta di ospedale) della chiesa dei santi Nereo e Achilleo. Per non parlare, poi, dei marmi che adornavano il complesso, facile preda dei "costruttori di chiese", che, trovando tanto ben di Dio a buon mercato, non hanno esitato a portarlo via per adornare i templi della nuova religione, come il Duomo di Pisa, dove vennero "riciclati" tre capitelli con le aquile e i fulmini di Zeus provenienti dalla palestra orientale.
Terme di Caracalla, natatio (Foto: M. Grazia Terenzi)
Aggirandomi nei grandi ambienti che, un tempo, erano palestre e piscine, non ho potuto fare a meno di notare i preziosi mosaici che li adornavano, ora anch'essi ridotti a pallide, se pure eccezionali, memorie. Certamente molta parte, nella decadenza e nella frammentazione dei resti, è dovuta alle asportazioni operate dopo il V secolo d.C., ma bisogna anche pensare che Roma sorge su un territorio soggetto a terremoti, ora come nel passato, e certamente lo smottamento visibile soprattutto nella pavimentazione delle palestre (una settentrionale ed una orientale) è dovuto anche ad eventi indipendenti dalla volontà umana. I mosaici che ricoprivano le palestre erano policromi, mentre quelli che pavimentavano il fondo delle piscine (natatio) erano in tessere bianche e nere che riproducevano paesaggi marini, tritoni, nereidi, delfini ed altre divinità che, secondo gli antichi Romani, popolavano il fondo del mare.

(1 - Continua)

mercoledì 20 giugno 2018

Sorprendente Roma: la chiesa di S. Maria in Cappella

La chiesa di Santa Maria in Cappella a Trastevere
(Foto: M. Grazia Terenzi)
Belle scoperte durante una tranquilla passeggiata domenicale. Siamo usciti presto per evitare i "branchi" di turisti al pascolo che ogni giorno invadono il centro di Roma. Ne vedo già troppi durante i giorni lavorativi.
Non avevamo una meta precisa, in realtà, per cui abbiamo deciso, cammin facendo, di inoltrarci nei vicoli del quartiere popolare di Trastevere. Nei vicoli si trovano raramente le ciurme di turisti, che preferiscono le classiche passeggiate su via dei Fori, il Colosseo e via così. I vicoli sono silenziosi, al punto che sembra quasi di trovarsi in un paese. Si sentono persino i rumori consueti di un paese, la domenica mattina, e questo sembra portare tutto a quote più umane.
Ultimamente trovo che il quartiere sia un pò trascurato (come, del resto, tutta Roma, purtroppo!); noto di più, rispetto a prima, le case affastellate e fatiscenti, una certa stanca bellezza, che mi ricorda quelle vecchie prostitute con il rossetto sbavato a ricordare antichi splendori.
La croce della porta santa opera del giovane Borromini
(Foto: M. Grazia Terenzi)
E Trastevere è antica! Qui, al tempo dei Romani, c'era un vero e proprio quartiere multietnico nel quale, nel corso dei decenni, confluirono i poveracci cacciati dall'Aventino, divenuto ambitissima "location" per ville nobiliari ed imperiali. E il sapore popolare Trastevere l'ha conservato tutto. Si dice che qui vivano i veri Romani, quelli che sono tali da sette generazioni. Ma, almeno per me, è una sorta di leggenda mitologica.
Proprio vagando senza meta per Trastevere ci siamo imbattuti in una graziosa chiesetta, non lontana da piazza dei Mercanti: la chiesa di Santa Maria in Cappella, un tempo annessa ad un ospedale per casi cronici. Si tratta di una chiesa molto antica, risalente all'anno Mille, chiamata la "Cappella Sistina" di papa Urbano II, il quale viveva asserragliato sull'isola Tiberina per proteggersi dall'antipapa che si era insediato in Vaticano e pare abbia tenuto, proprio a Santa Maria in Cappella almeno un Concilio.
S. Maria in Cappella, navata sinistra, ricostruzione della corsia di
ospedale che era qui installata (Foto: M. Grazia Terenzi)
Nel medioevo la chiesa venne in parte allestita per ospitare la corsia di un ospedale, frutto dell'evergetismo dei Ponziani, un membro dei quali era il marito di Santa Francesca Romana che operava proprio nell'annesso ospedale dedicato al SS. Salvatore, oggi Casa di Riposo Santa Francesca Romana. Nell'entrare, sulla destra, si può vedere una croce mosaicata. Si tratta di uno dei primissimi lavori del giovane Francesco Borromini, quando lavorava alla Fabbrica di San Pietro. La croce era un tempo posta su una porta santa che papa Urbano VIII Barberini voleva per il giubileo del 1625. Il successore di Urbano VIII, Innocenzo X della potente famiglia Pamphilj, fece demolire la porta e regalò la croce mosaicata a Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, che i Romani apostrofavano dispregiativamente "la Pimpaccia".
Entrando nella chiesa, nella navata destra, è stato allestito un piccolo "spazio espositivo" con alcuni ritrovamenti effettuati durante lavori di scavo al di sotto della chiesa (un altro spazio, che occupa la navata di destra, permette di apprezzare gli scavi ed alcuni ritrovamenti). Si può vedere, insieme con qualche reperto, anche due letti che danno l'idea della piccola corsia d'ospedale che qui trovava posto.
L'atmosfera della chiesa è serena e raccolta. Quando l'abbiamo visitata, un giovane sacerdote si affaccendava attorno all'altare per preparare la messa. Un anziano se ne stava seduto ai primi banchi in silenzio. Talmente è pregna di sacro, l'atmosfera, che confesso di aver camminato in punta di piedi.
Ecco, allora, qualche indicazione per una salutare passeggiata lontano dai rumori di Roma e, soprattutto, dai turisti:
Chiesa di Santa Maria in Cappella
Via Pietro Peretti n. 6 - Roma
Si può visitare anche il Museo allestito nel piccolo ospedale della chiesetta (non ho potuto farlo domenica scorsa, ma conto di andarci quanto prima). Il museo è aperto tutti i giorni, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, con ultimo ingresso alle ore 17.30. Il biglietto costa € 6,00.

sabato 16 giugno 2018

Paestum, il passato nascosto

Paestum, antico casolare abbandonato su via di Porta Sirena
(Foto: M. Grazia Terenzi)
Paestum è, per me, un luogo della memoria. Ci sono tornata spesso, negli ultimi dieci anni (più o meno...). Essenzialmente per la sensazione di tempo dilatato che provo non appena metto piede in questa parte del sud Italia.
E' difficile descrivere cosa sia il "tempo dilatato". Vivendo in città ho esperienza dell'isteria collettiva che finisce per travolgere anche quelli che, come me, hanno una concezione del tempo più tranquilla e lenta. Fatico non poco a mantenere questa concezione del tempo. Inevitabilmente, quando il bus è in ritardo ed ho un appuntamento oppure quando c'è qualche scadenza imminente, mi capita di essere investita in pieno da quell'ansia e quel correre a qualunque i costi che sembra il modus vivendi della maggior parte degli umani urbani.
Spiaggia di Licinella-Paestum (Foto: M. Grazia Terenzi)
Ecco, tutte queste cose non le percepisco quando torno a Paestum. Psicologicamente comincio a rallentare tutto: azioni, pensieri, giornate, tempo. E' come se fossi al termine di una lunga corsa e mi fermassi a riprendere fiato e a riacquistare il ritmo del respiro. Ed anche il ritmo della vita che mi è più congeniale!
L'area archeologica di Paestum è pari solo al 30% dell'antica città. I due terzi di quella che un tempo era una fiera "civitas" che aveva l'autorizzazione di battere moneta è sepolta sotto la strada voluta dai Borboni e sotto i ristoranti e i campi che si allargano fino al perimetro delle mura.
Qualche anno fa era stata avanzata l'idea di trasferire il Museo Archeologico a Capaccio Scalo e di espropriare i terreni per poter portare alla luce quello che della città antica non si era mai visto. Credo che non ci fossero sufficienti garanzie economiche. E poi, francamente, il museo "deportato" a Capaccio Scalo non era proprio il massimo. Capaccio Scalo è un grumo di case sorto attorno alla Statale 18 (via Magna Grecia) in modo disordinato. Attraversandolo si ha un'impressione di provvisorietà e precarietà che mal si confà ad un ricettacolo culturale di estrema importanza qual è il museo.
Nella campagna assolata e irrigata da qualche volonteroso agricoltore, sorgono costruzioni abbandonate, destinate a chissà quale scopo ma anche edifici abitativi, in parte ancora occupati dalle famiglie che ne sono proprietarie, in parte cadenti come un pò certo Sud.
Nella prima foto c'è uno di questi casolari. Da via Magna Grecia, superato l'hotel delle Rose, c'è una stradina che porta alla stazione di Paestum e a Porta Sirena. Si chiama proprio via di Porta Sirena.
Paestum, il casolare abbandonato su via di Porta Sirena
(Foto: M. Grazia Terenzi)
L'hotel delle Rose non so se è ancora attivo. La posizione è senz'altro ottima, con le camere che affacciano in parte sullo spettacolare Parco Archeologico e in parte sulla tranquilla via di Porta Sirena. Da anni, però, noto un progressivo e persistente degrado della struttura che, al piano stradale, ospita un bar piuttosto attivo.
Percorrendo via di Porta Sirena in direzione Stazione di Paestum, sulla destra, oltrepassato il cancello di una semi-fatiscente proprietà privata (ultimamente ho notato "fresche" cassette di birra consumata, segno che qualcuno ancora occupa il palazzetto nobiliare che troneggia nel giardino piuttosto trascurato), si trovano delle costruzioni abbandonate, forse stalle, piuttosto suggestive. Al di là vi sono campi irrigati di non so cosa (mea culpa, non mi intendo di agricoltura!). C'è una sorta di cancello che l'anno scorso era chiuso mentre quest'anno era aperto.
Entrambi i blocchi della costruzione sono privi del tetto. Quella in fotografia ha soltanto uno scheletro di travi e l'erba per pavimento. Non so perché mi ha fatto pensare ad una stalla. Forse era soltanto un magazzino oppure il ricovero di balle di fieno e quant'altro. Sono decenni che queste strutture si trovano in questo stato. Malinconia e senso di abbandono. Struggente.
Ogni volta che mi faccio questa bella passeggiata fino a Porta Sirena, mi soffermo davanti a questi ruderi. E' come se in essi ritrovassi i ricordi di un passato che non può ritornare. Un passato fatto di cose semplici, lineari, tranquille. Un passato scandito da un tempo diverso. Un passato che è un pò anche presente. La vita scorre troppo in fretta. Qui, invece, sembra fermarsi, immobile, senza tempo, senza luogo. Ogni volta mi sento attraversata e avvolta da sensazioni difficili da spiegare. Mi fermo lì, davanti a questi muri di pietra, a questi alberi, all'erba che ha occupato un pò tutto e lascio che ogni cosa scorra. In momenti come questi non mi importa molto di chi sono, di cosa faccio e di dove voglio andare. 

lunedì 11 giugno 2018

Teggiano, perla del Vallo di Diano

Teggiano, panorama della campagna circostante (Foto: M. Grazia Terenzi)
Il recente viaggio in Campania mi ha portata anche nell'entroterra della provincia di Salerno, in un silente e grazioso borgo che si trova nel parco del Vallo di Diano: Teggiano. Ci sono arrivata percorrendo l'autostrada Salerno-Reggio Calabria, molto comoda e ben tenuta, devo riconoscerlo. Nel tratto che va da Eboli fino all'uscita per Sala Consilina (dove poi c'è il percorso per Teggiano) ma anche oltre, l'autostrada è gratuita.
Teggiano sorge su una sorta di pianoro elevato in mezzo ad una splendida campagna punteggiata di frazioncine delle quali, onestamente, non ricordo nemmeno il nome. Lui, Teggiano, se ne sta lassù, quasi in disparte, come a volersi distinguere da quanto lo circonda. Il panorama è davvero molto bello, siamo nel Vallo di Diano che prende nome proprio dall'antica denominazione di Teggiano, Diano, appunto.
Innanzitutto devo notare che l'amministrazione cittadina ha ben operato nel dotare il paesino di un comodo parcheggio sotterraneo vicino l'ingresso al borgo e poco distante dal castello. La macchina può stare al fresco per € 0,20 l'ora! Là dove in altri centri il parcheggio, se sei così fortunato da trovarlo, lo paghi € 1,00 l'ora - incustodito, ovviamente - e ti ritrovi la macchina infuocata che neanche una fonderia.
Teggiano, Museo Diocesano, tomba del soldato Bartolomeo Francone
(Foto: M. Grazia Terenzi)
Il paesino lo si visita tranquillamente a piedi, percorrendo strade silenziose, abitate quasi esclusivamente da gatti. Quando sono arrivata c'erano ancora le luminarie della festa di San Cono, patrono della città. Buffo nome, Cono. Sfruttando la "onnipotenza" di internet e dell'immarcescibile Wikipedia, ho trovato che San Cono era proprio un locale, vissuto nel XII secolo, che aveva per padre un certo Bernardo Indelli (o Mandelli o De Indella) e per madre una certa Igniva (nome particolare anche questo!).
San Cono era un personaggio un pò particolare: era scappato di casa e si era ritirato, giovanissimo, in un monastero benedettino e pur di non vedere i genitori che erano andati a trovarlo (i conflitti generazionali attraversano i secoli!), si era nascosto in un forno acceso (!) rimanendo, però, incolume. La festa di San Cono è il 3 giugno e Teggiano condivide il santo patrono con la cittadina di Florida, in Uruguay.
Teggiano, cattedrale di Santa Maria Maggiore, monumento funebre di
Stasio De Heustasio (Foto: M. Grazia Terenzi)
Quando sono arrivata, le finestre ed i balconi di Teggiano erano ancora rallegrati dall'effige del santo che, su tela o su carta, si accompagnava alle bandiere italiane. Una delle prime cose che ho fatto, oltre alla passeggiata di rito, è stata quella di visitare il locale museo diocesano. Per la modica cifra di € 2,50 si entra nello spazio un tempo occupato dalla chiesa di San Pietro. Qui sono raccolte le testimonianze artistiche ed archeologiche rinvenute nel piccolo borgo dopo il terremoto del 1857 (nel link che ho postato prima ci sono i riferimenti sia per quel che riguarda gli orari che per telefoni, mail e siti internet). Mi hanno molto colpito due tombe dipinte, una delle quali dedicata al soldato Bartolomeo Francone, scolpita nel 1401. A memoria mia non ricordo di aver visto tombe dipinte di questo periodo, finora.
Certamente notevole è la cattedrale di Teggiano, dedicata a Santa Maria Maggiore, la cui caratteristica è quella di aver murate, nella parete lunga che affaccia sul corso principale, effigi funerarie romane. La chiesa venne edificata per volere di Carlo D'Angiò, ma - e lo si comprende bene sia all'esterno che all'interno - è stata rimaneggiata diverse volte. Si entra nella cattedrale da un ingresso cinquecentesco posto in un vicolo vicino, opera di Francesco da Sicignano. Sebbene l'impianto originario della chiesa risalga al XIII secolo, l'interno è stato completamente rifatto nel '700 (il che non mi ha resa granché felice, devo confessare).
Teggiano, cattedrale di Santa Maria Maggiore, ambone di Melchiorre da
Montalbano, 1271 (Foto: M. Grazia Terenzi)
Però la chiesa conserva alcune memorie di epoca anteriore ai rifacimenti del '700, quale la tomba originariamente destinata al soldato Stasio De Heustasio, rimasta a lungo vuota e destinata, alla fine, ad "ospitare" le spoglie del primo vescovo di Teggiano, Valentino Vignone.
Anche l'ambone merita sicuramente una foto (ed io l'ho fatta!). Si parla, in questo caso, dell'intervento di Melchiorre da Montalbano (1271) che ha voluto lasciare la sua firma sull'opera d'arte, sui bordi del prospetto laterale. Inutile dire che, per me, il contrasto tra queste opere d'arte medioevali e il resto dell'arredo della chiesa è notevole. Ma io non amo molto il periodo che va dalla fine del '500 agli inizi dell'Ottocento.
Quasi dimenticavo che Teggiano e il Vallo di Diano sono Patrimonio Unesco dell'Umanità e se ne capisce il senso guardando il paesaggio e percorrendo le strade di questo delizioso borgo. Strade pulite, dove sono presenti, addirittura, degli "erogatori" di bustine per i possessori di cani!
Giusto per "tingere" un pò di giallo questa visione paradisiaca, torno al castello, praticamente all'inizio del percorso di visita del paese. Ebbene, pare che qui, nel 1485, venne ordita la Congiura dei Baroni da Antonello Sanseverino Principe di Salerno nei confronti di Ferrante I d'Aragona re di Napoli. Antonello Sanseverino, poi, si asserragliò nel medesimo castello che resistette efficacemente agli attacchi dell'esercito del Duca delle Calabrie, che nel frattempo era divenuto re (per altre notizie in merito alla congiura, leggere qui, per ulteriori notizie sulla nobile ed importante famiglia dei Sanseverino, leggere qui. Si tratta di una lettura un pò lunga, ma vale la pena di "perdere" un pò di tempo per avere un'idea di quanto si agitava nelle lande campane in un periodo di per sé turbolento un pò per tutto lo stivale).

Le voci etrusche di Sutri

Sutri, vicolo nei pressi delle mura (Foto: M. Grazia Terenzi)
Una delle zone che trovo molto suggestive nel Lazio è sicuramente il viterbese. Sarà per le memorie etrusche e medioevali, che hanno quell'alone di mistero che tanto mi affascina. Oppure è per il tranquillo scorrere del tempo o per l'armonia tra la natura e gli insediamenti umani. Sta di fatto che, appena mi è possibile, un'incursione in queste zone la faccio più che volentieri.
Tra le cittadine che meritano una menzione è certamente Sutri, più o meno a 30 chilometri da Viterbo. Quando gli Etruschi la facevano da padrone, Sutri era, con la vicina Nepi, una sorta di sentinella sulla via Cassia. E' una cittadina arroccata su un rilievo tufaceo, del resto tutta la zona è un trionfo del tufo, un materiale di origine vulcanica, dal caratteristico colore scuro. Intorno c'è molto verde e silenzio. Se ci si va in mezzo alla settimana, sembra domenica, in pratica.
L'antico Lazio - Wikipedia
In un post precedente, il primo in assoluto di questo mio "viaggio fotografico", ho inserito una fotografia dell'interno della cattedrale di Sutri, di cui è notevole la cripta, a poterla visitare. Sicuramente vale l'euro per i quattro minuti previsti per un'illuminazione, anche se quattro minuti mi sembrano un pò pochini, a dire il vero. Bisognerebbe provare, ma, come ho scritto, l'aggeggio infernale nel quale va inserito l'obolo e che deve erogare l'illuminazione non funziona.
Comunque vale la pena anche solo fare una passeggiata per le vie tranquille di questa cittadina dalle memorie antiche. Sicuramente il cervello si riposa e torna "a quote più normali", per dirla con Franco Battiato.
Il tufo conferisce un colore ed un aspetto vagamente "toscano" al borgo. Questa pietra vulcanica scura è stata utilizzata dapprincipio dagli Etruschi e poi da Romani come elemento per diverse costruzioni ed anche il medioevo la impiegò per case ed edifici. Fuori Sutri è possibile vedere l'anfiteatro romano i cui gradini sono interamente scavati proprio nel tufo, così come in un blocco tufaceo venne, un tempo, scavato un mitreo poi trasformato in chiesa (mi sono ripromessa di tornare a visitare queste due strutture quanto prima). Del resto si tratta di un materiale immediatamente disponibile, per quanto certamente non molto solido.
Ho sempre percepito, netta, la presenza etrusca a Sutri. Forse è qualcosa che c'è nell'aria. Forse è anche il fatto che, allontanandosi da Roma, entrando in una dimensione diversa e "altra", sembra che le cose tornino a "parlarmi" e ogni angolo, ogni pietra, echeggi voci antiche.
Sutri, porta civica con orologio (Foto: M. Grazia Terenzi)